Se compro la Repubblica, parte della mia giornata se ne va nell'attenta lettura e rilettura delle sue pagine.
Dopo ventisei anni, tutte le volte che apro la Repubblica, sento ancora su di me lo sguardo severo del professore di Sociologia dell'Università che la Repubblica e Scalfari non li sopportava proprio e mi sanzionava con eloquenti occhiate nel vedermi leggerla in attesa della lezione.
Nonostante i sensi di colpa, come quando da ragazzi ci si ostina a frequentare cattive compagnie per il fascino malefico che esse esercitano, provo ancora a cercare di capire qualche cosa di quel giornale.
Ciò che mi chiedo da tanti anni è a quale cultura laica e di sinistra il giornale si voglia riferire nel fare informazione.
Il giornale certe volte mi sembra solo un enorme business, un canto del capitalismo e del libero mercato fatto benissimo come prodotto e come conti, collocato contro uno sfondo cangiante di ottime intenzioni pseudo progressiste.
E' evidente che molti lo leggono solo perché dona stile, come le copertine dei libri dell'Adelphi.
Io ho interrogato con discrezione qualche lettore sospetto ed ho la certezza di quanto dico.
Tanti articoli sono comunque molto interessanti.
E come dimenticare quando vi scriveva Italo Calvino?
Ieri Pietro Citati sparava a zero sul sistema italiano dell'istruzione.
Sostanzialmente diceva che, per avere appena un'infarinatura di una certa materia e passare il relativo esame universitario, bisognerebbe aver letto tremila, come si faceva un tempo, e non sole duecento pagine, come accade adesso nelle Università.
Citati sostiene che, di questo passo, diventeremo tutti ignorantissimi, professori universitari, professori di scuole medie e, più di tutti, gli alunni.
Citati, leggendo bene l'articolo, sembrava quasi non sapere su quale giornale sarebbe stato pubblicato il suo scritto.
Dopo ventisei anni, tutte le volte che apro la Repubblica, sento ancora su di me lo sguardo severo del professore di Sociologia dell'Università che la Repubblica e Scalfari non li sopportava proprio e mi sanzionava con eloquenti occhiate nel vedermi leggerla in attesa della lezione.
Nonostante i sensi di colpa, come quando da ragazzi ci si ostina a frequentare cattive compagnie per il fascino malefico che esse esercitano, provo ancora a cercare di capire qualche cosa di quel giornale.
Ciò che mi chiedo da tanti anni è a quale cultura laica e di sinistra il giornale si voglia riferire nel fare informazione.
Il giornale certe volte mi sembra solo un enorme business, un canto del capitalismo e del libero mercato fatto benissimo come prodotto e come conti, collocato contro uno sfondo cangiante di ottime intenzioni pseudo progressiste.
E' evidente che molti lo leggono solo perché dona stile, come le copertine dei libri dell'Adelphi.
Io ho interrogato con discrezione qualche lettore sospetto ed ho la certezza di quanto dico.
Tanti articoli sono comunque molto interessanti.
E come dimenticare quando vi scriveva Italo Calvino?
Ieri Pietro Citati sparava a zero sul sistema italiano dell'istruzione.
Sostanzialmente diceva che, per avere appena un'infarinatura di una certa materia e passare il relativo esame universitario, bisognerebbe aver letto tremila, come si faceva un tempo, e non sole duecento pagine, come accade adesso nelle Università.
Citati sostiene che, di questo passo, diventeremo tutti ignorantissimi, professori universitari, professori di scuole medie e, più di tutti, gli alunni.
Citati, leggendo bene l'articolo, sembrava quasi non sapere su quale giornale sarebbe stato pubblicato il suo scritto.







