Quando la suora finì di dettare la traccia, accanto alla scrittura con l'inchiostro blu, mi apparve un grosso punto interrogativo.
Dovevamo parlare del giorno più bello della nostra vita ed io, per quanto scavassi nella memoria, non riuscivo proprio a trovarne uno.
A casa, per motivi straordinari, nei quali erano direttamente coinvolti santi e madonne, motivi che avrei compreso nella loro pienezza soltanto in età adulta, non si rideva mai. La mia vita si svolgeva monotona, senza feste e senza cerimonie, senza amici e senza parenti.
Io rileggevo la traccia e non mi ricordavo un giorno bello che fosse uno. Quella mattina non sapevo proprio cosa scrivere.
Solo trent'anni dopo, una conferenza di Salvatore Natoli mi avrebbe chiarito le idee sul concetto di felicità.
La felicità si comprende sempre dopo, non nel momento in cui la si vive, ma solo dopo, ripensandoci, quando non c'è più.
Quel lontano giorno dalle suore la felicità era un concetto che mi sfuggiva, come il mercurio da un termometro andato in frantumi.
Non avevo proprio idea di cosa fosse una giornata felice, non sapevo proprio cosa scrivere.
Mi inventai una gita, una scampagnata in allegria con la famiglia e scrissi.
La suora, il giorno dopo, era feroce.
Ci disse che soltanto uno di noi aveva svolto correttamente il compito, uno che di solito non scriveva neanche tanto bene, e ci spiegò che il giorno più bello della nostra vita, quello da incorniciare, era il giorno dell'incontro con Gesù: il giorno della prima comunione.
Io non me ne ero accorto. Mi ricordo però, nell'estate della mia prima comunione, i Mondiali del Messico e che l'Italia perse 4 a 1 contro il Brasile di Pelé. E dire che giocavano Riva, Mazzola, Facchetti. Ed il regalo, una macchina fotografica Polaroid.
L'altro giorno l'ho incontrata dopo tanti anni. Mentre parlavo col marito, i nostri sguardi, le nostre mani si sfioravano, si cercavano.
Risentivo di nuovo il suo odore, riprovavo i brividi che mi dava la sua voce e la stessa attrazione, il suo sapore, sentivo scorrere nel sangue lo stesso antico desiderio di perdermi dentro di lei, di morire dentro di lei.
E' proprio vero che il primo amore non si scorda mai.
Ricordo un pomeriggio, una fuga dall'Università, un lungo viaggio in autostop e l'autostrada è un muro, pieno di felicità, fino a casa sua.
Il citofono, l'ascensore, la porta e, finalmente, lei, i lunghi capelli bagnati e l'accappattoio che si slacciò, lasciando scoperto il suo seno meraviglioso ed il suo corpo nudo.
Ecco, a ripensarci, forse, quel pomeriggio lontano deve essere stato il giorno più bello della mia vita.
Dovevamo parlare del giorno più bello della nostra vita ed io, per quanto scavassi nella memoria, non riuscivo proprio a trovarne uno.
A casa, per motivi straordinari, nei quali erano direttamente coinvolti santi e madonne, motivi che avrei compreso nella loro pienezza soltanto in età adulta, non si rideva mai. La mia vita si svolgeva monotona, senza feste e senza cerimonie, senza amici e senza parenti.
Io rileggevo la traccia e non mi ricordavo un giorno bello che fosse uno. Quella mattina non sapevo proprio cosa scrivere.
Solo trent'anni dopo, una conferenza di Salvatore Natoli mi avrebbe chiarito le idee sul concetto di felicità.
La felicità si comprende sempre dopo, non nel momento in cui la si vive, ma solo dopo, ripensandoci, quando non c'è più.
Quel lontano giorno dalle suore la felicità era un concetto che mi sfuggiva, come il mercurio da un termometro andato in frantumi.
Non avevo proprio idea di cosa fosse una giornata felice, non sapevo proprio cosa scrivere.
Mi inventai una gita, una scampagnata in allegria con la famiglia e scrissi.
La suora, il giorno dopo, era feroce.
Ci disse che soltanto uno di noi aveva svolto correttamente il compito, uno che di solito non scriveva neanche tanto bene, e ci spiegò che il giorno più bello della nostra vita, quello da incorniciare, era il giorno dell'incontro con Gesù: il giorno della prima comunione.
Io non me ne ero accorto. Mi ricordo però, nell'estate della mia prima comunione, i Mondiali del Messico e che l'Italia perse 4 a 1 contro il Brasile di Pelé. E dire che giocavano Riva, Mazzola, Facchetti. Ed il regalo, una macchina fotografica Polaroid.
L'altro giorno l'ho incontrata dopo tanti anni. Mentre parlavo col marito, i nostri sguardi, le nostre mani si sfioravano, si cercavano.
Risentivo di nuovo il suo odore, riprovavo i brividi che mi dava la sua voce e la stessa attrazione, il suo sapore, sentivo scorrere nel sangue lo stesso antico desiderio di perdermi dentro di lei, di morire dentro di lei.
E' proprio vero che il primo amore non si scorda mai.
Ricordo un pomeriggio, una fuga dall'Università, un lungo viaggio in autostop e l'autostrada è un muro, pieno di felicità, fino a casa sua.
Il citofono, l'ascensore, la porta e, finalmente, lei, i lunghi capelli bagnati e l'accappattoio che si slacciò, lasciando scoperto il suo seno meraviglioso ed il suo corpo nudo.
Ecco, a ripensarci, forse, quel pomeriggio lontano deve essere stato il giorno più bello della mia vita.







