giovedì, 31 gennaio 2008
Sabato mattina sono andato al cimitero a trovare un amico che è stato seppellito un anno fa.
Ho passeggiato a lungo tra le tombe più recenti ed ho letto le iscrizioni sulle lapidi, gli epitaffi.
Mi ha colpito il fatto che chi scrive pecchi spesso di presunzione di eternità.
Sono frequenti le promesse di amore e ricordo che dureranno "per sempre" o "in eterno", quasi che gli autori dimentichino di essere a tempo determinato pure loro.
Così è per le promesse d'amore tra vivi.
Sarebbe più corretto e probo promettersi amore a scadenza invece che in eterno: "ti amerò fino a che sarai bella" oppure "ti amerò fino a che non troverò uno meglio di te" e azzerderei pure un "ti amero finché vivrò".
Gli americani, che sono pragmatici, hanno ragione a fare i contratti prematrimoniali: "quando smetterai di amarmi, mi lascerai la villa a Malibù e mi dovrai pagare 10.000 dollari di alimenti al mese" così vedremo se non mi amerai per i prossimi quaranta anni.
Intanto il mio amico se lo stanno mangiando i vermi. Lui amava la natura ed ha coerentemente chiesto di andare sotto terra e di riposare sotto un tumulo di pietre pugliesi.
Domenica, invece, sono stato in gita a Montevergine, un grande e stupendo santuario di montagna in provincia di Avellino, a 1270 metri di altezza, antico mille anni.
I femminielli napoletani hanno eletto la Madonna di Montevergine a loro protettrice e si presenteranno in massa al santuario per il pellegrinaggio annuale il giorno della Candelora, cioé il prossimo sabato 2 febbraio.
Ed io ho chiesto alla guida del santuario, impertinente come al solito, se loro sono contenti di questa storia.
La guida ha allargato le braccia. In realtà non li sopportano, anche perché si presentano ed antrano in chiesa in calze a rete ed abiti da lavoro.
giovedì, 31 gennaio 2008
Achilleis
(...)
(Ninna nanna di Andromaca per Astianatte)
Vennero tre fanciulle ad un pastore
nel solitario bosco oscuro:
una gli diede l'elmo da soldato,
l'altra gli diede un filo di coralli,
la terza, nulla - lo guardò soltanto:
era un pastorello di quei monti.
"O bel pastore, tu ci devi dire -
poiché su questo siam tra noi discordi -
quale sia di noi la più soave
sopra un letto di pelli a carezzare".
Rise il pastore ai doni e alle fanciulle
e alzato il dito ad indicare : "Te",
disse a quella che l'aveva guardato:
"Te, che hai gli occhi turchini come il mare".
(...)
è di Stanislaw Wyspianski (1869 -1907)
traduzione di Marina Bersano Begey
da Poeti polacchi del Novecento - Lucarini 1990
mercoledì, 30 gennaio 2008
Ho trovato il Decalogo di Krzystof Kieslowski in DVD, presso la mia solita edicola, un paio di anni fa.
Venti anni fa, quando i film che compongono il Decalogo incominiciarono a circolare in Italia, ci si spostava da un cinema ad un altro, da un paese all'altro, per cercare di ricomporre i frammenti del capolavoro.
Per la verità le scene di quei film erano un po' anguste, erano film fatti con niente, il regista ci ha lasciato un documento sul comunismo in Polonia, sul tema dei dieci comandamenti, senza effetti speciali, riprendendo le sole persone ed i loro sentimenti.

Quei film mi si sono depositati dentro, anche se non ho più il coraggio e la pazienza di rivederli.
Leonardo Manera e la sua bravissima partner hanno recentemente proposto a Zelig un esilarante duo comico che si ispira alle atmosfere di quel cinema polacco, creando due personaggi dai nomi impronunciabili che suonano quasi come Kipsta e Petreke.

L'ironia e la delicatezza del duo comico sono state straordinarie perché, per ridere per davvero, bisognava aver amato il cinema polacco, così come accadde a me a suo tempo.
A questo punto bisogna considerare l'italiano medio, nella cui conversazione i personaggi di Manera a Zelig perdono il riferimento alto e diventano lavavetri polacchi, immigrati rumeni e altro. Molti, cioé, non hanno colto la sottile ironia, perché non hanno mai visto un film polacco.
Per Stanley Kubrick, Kieslowski aveva la rarissima capacità di drammatizzare le idee invece che raccontarle e lo considerava uno dei più grandi registi della storia del cinema.
In questi giorni io corro dietro invece, per quanto la mia ormai veneranda età me lo consenta, ad una rassegna che si fa a Monopoli che si intitola "Sguardi di cinema italiano".
Giunta alla nona edizione, la rassegna ha ricevuto quest'anno un riconoscimento ufficiale dal Presidente della Repubblica.
Ogni venerdì, dal 18 gennaio, viene presentato un film del nuovo cinema italiano. In sala in genere c'è il regista che fa una breve presentazione.
Io ho già visto "La masseria della allodole" ed in sala c'era Vittorio Taviani che ha parlato del suo film.
I prossimi film sono:
1 feb. - Il rabdomante di Fabrizio Cattani
8 feb. - GAS di Luciano Melchionna
15 feb. - Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca
22 feb. - Italian Dream di Sandro Baldoni
29 feb. - La sottile linea della verità di Angelo Rizzo
7 mar. - 7/8 Sette ottavi di Stefano Landini
14 mar. - Billo le grand Dakhaar di Laura Muscardin
28 mar. - Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi
martedì, 22 gennaio 2008
Stamattina è d'obbligo aggiornarsi per comprendere cosa stia accadendo alla povera Repubblica italiana. Comprando il giornale, i miei occhi hanno frugato veloci tra le tante copertine esposte in edicola, fino a che si sono posati su Poesia, rivista mensile di cultura poetica, edita da Crocetti di Milano.
Adesso è sulla mia scrivania. La rivista compie venti anni e, per celebrare l'anniversario, l'edizione numero 223 contiene 500 poesie sulla poesia.
Ne trascrivo una, aprendo assolutamente a caso la rivista.
Poesia
Dunque la poesia, che appiccica le toppe
sopra qualche petto lancinato, e in compassione
sistema qua e là due ricami modesti.
O come un castoro fa dighe di cannucce
contro il tempo e il suo preponderare
(ma in tutto ciò
può perfino risiedere vergogna).
Oppure di sbieco ci infila - precise faccine -
in un dipinto misurato, a strano
nostro risarcimento.
Oppure scaravolta le storie che credevi
e tutto manda in trucioli e coriandoli.
O temeraria si ingolfa proprio dove
si intricano insieme il no e il sì
e la solenne situazione è indecidibile.
(Ma come trotta affaccendato lungo il viale
quel cane bassotto!)
da Tiziano Rossi, Tutte le poesie, Milano 2003.
lunedì, 21 gennaio 2008
1) E' domenica mattina, incomincia ad imperversare il Carnevale e non mi va di uscire. Mi metto a fare le lasagne ricotta e spinaci e accendo la tv sul primo canale Rai. Ad un certo punto, inconfondibili, sento cantare le Ciceri e Tria, guardo ed è il coro della chiesa di rito bizantino di Piana degli Albanesi in diretta. Ne concludo che tra la Chiesa di Bisanzio e Zelig non c'è stata ancora soluzione di continuità.
2) Quando lo vedo, ormai mi viene da ridere. E' lui, il Papa che combina casini per troppa cultura.
A me starebbe simpatico, se non fosse che grazie a lui qualche docente di filosofia della Cattolica di Milano si è trovato senza lavoro da un giorno all'altro e questo non è bello. Ma si sa, se uno sceglie di andare ad insegnare filosofia alla Cattolica, deve pur sottostare a qualche sindacato, deve fare attenzione a ciò che dice.
A me Ratzinger potrebbe risultare simpatico perché, come tutte le persone intelligenti, si vede che è pieno di dubbi che lo hanno spinto allo studio, ma invece di fare lo scienziato fa il Papa.
Si vede che è un tipo sveglio e magari, se non fosse diventato prete, pronunceremmo ora il suo nome con la stessa enfasi con cui diciamo Heidegger o Habermas, ma nella Germania nazista c'era poco da ridere. Come a tutte le persone intelligenti gli capita spesso di dire e fare cose contro il senso comune, come capitò prima di lui a Giordano Bruno e a Galileo.
Solo che lui è il capo della Chiesa ed è meglio non scherzare, quindi mi fermo qui.
3) Non ho più dubbi sulla mia capacità di leggere eventi fuori dalle leggi della fisica. L'ascensore dell'ufficio era per davvero pieno di polvere bianca. Hanno scoperto e arrestato un ragazzo di venticinque anni che deteneva cinque chili di cocaina in un appartamento qualche metro sopra la mia testa. Cinque chili sono cinquemila grammi, forse se ne ricaveranno cinquemila dosi, se non di più. Nel mondo che mi circonda c'è davvero qualcosa che non va.
4) A gennaio del 1997 insegnavo in un Istituto Magistrale a Rho, la mia prima supplenza annuale. Incominciai a comprendere che cosa vuol dire clima continentale e la differenza con il clima temperato della Puglia meridionale. Faceva freddo. Comprai in saldi, con i primi soldi, un parka Woolrich blu col cappuccio contornato dalla pelliccia di coyote, quei giacconi che di lì a poco sarebbero diventati di gran moda. Il negoziante di Rho non ne aveva ancora venduto uno, la novità non era piaciuta e me lo diede quasi a metà prezzo. Mi ricordo che, quando passeggiavo in centro a Milano, si giravano tutti a guardare il giaccone con la pelliccia. Il vicepreside mi chiamava affettuosamente Armanduk, quasi come Armaduk, il cane da slitta della buonanima di Ambrogio Fogar e le ragazze a scuola impazzivano e mi invidiavano un poco.
Quel giaccone, originale americano come me, aveva una spilla di metallo brunito con scritto Woolrich vicino al bavero, invece della fascetta nera e bianca cucita. Dopo l'ultimo passaggio in lavanderia, quella spilla è scomparsa. Non credevo ci si potesse affezionare tanto ad un logo, almeno non credevo che io fossi capace di farlo.
martedì, 08 gennaio 2008
Vai al cinema con un'amica a vedere un film che scopri essere per bambini, "La bussola d'oro", curioso di capire perché la Chiesa cattolica abbia preso posizione contro il film e ne esci pensando che tutti quanti, Chiesa e produttori cinematografici, dovrebbero occuparsi di cose più serie.
Riaccompagnando l'amica a casa ti accorgi, parlando, che la vita ti ha portato altrove, che vi sono delle discordanze fra le scelte e le conseguenze della tua esistenza e che ora inciampi e ti contraddici.
Partire, viaggiare, programmare un viaggio per fuggire da me stesso, per guardarmi da lontano, per raddrizzare ancora una volta la barca.
E sapere che, quando sarò altrove, mi chiederò "che cosa ci sono venuto a fare qui?"
E' la depressione di inizio anno, quella che mi prende a settembre, dopo il Capodanno laico della fine delle vacanze estive e a gennaio, dopo il Capodanno civile.
Intanto a casa annaspo tra i tanti libri che avrei voluto leggere e che sono ancora lì, accatastati e non letti.
Ne prendo uno:

cercato per anni e poi, finalmente, trovato tra i souvenir per turisti in un negozietto vicino a Santa Croce a Lecce.
Affonda e riaffiora, ieri sera l'ho pescato e incominciato.
Ernesto de Martino è rigorosissimo, parla difficile, cita Lévi-Strauss di Tristi Tropici, ricorda i gesuiti nelle Indie d'Italia.
E riprende una domanda da Lévi-Strauss: "che cosa ci siamo venuti a fare in questo posto?"