venerdì, 28 dicembre 2007
Certo che è una fortuna avere il Salento a due passi. Ti metti in macchina ed in un'ora e mezzo hai cambiato latitudine.

La sciarpa ed il cappello a Gallipoli, il 24 dicembre, diventano superflui, anche se piove appena.
 
E i gamberoni rossi dello Jonio, in vendita al mercato ittico, ti confermano quest'idea che hai di trovarti ad una latitudine diversa da quella di casa.


E, al pomeriggio, tornando proprio verso casa, la decisione di fare una sosta veloce a Galatina per comprare i pasticciotti e vedere la Basilica di Santa Caterina d'Alessandria.

Ed una bella sorpresa: la porta della chiesetta di San Paolo delle tarantole è aperta.

Si può entrare liberamente, manca però il dipinto che ritrae il Santo tra serpenti e tarantole.


Cappella-San-Paolo

Ma che impressione! Mi sembra di percepire qualcosa nel silenzio della cappella: voci, movimenti convulsi, una musica frenetica.

Qualcosa che nulla potrà cancellare mai più da queste pietre.

taranta

Attraversiamo la piazza mentre, coincidenza incredibile, si leva alto il fumo  nero di un'auto che è appena andata a fuoco ad un incrocio.

Eravamo partiti con la sola intenzione di visitare  tranquillamente una qualsiasi cantina salentina e ci troviamo ad assistere all'intervento dei pompieri a sirene spiegate.

Ed una sola cantina, dopo tante telefonate, abbiamo trovato aperta la mattina della vigilia: la Casa vinicola di Alessandro Carrozzo di Magliano di Lecce.

Il giovane fa un vino negramaro ed un primitivo che si chiama Krasì che in griko, la lingua della Grecìa salentina, zona dove andavano a vendere il vino sfuso i suoi avi, vuol dire esattamente vino.

Quando arriviamo tutta la famiglia è al lavoro.

Le sorelle ed il padre di Alessandro stanno attaccando le etichette sulle bottiglie con pennello e colla, mentre la madre, con un attrezzo che somiglia ad un phon, sigilla ad una ad una le capsule sui tappi.

Stappano e ci versano il Krasì in due bicchieri spaiati.

Il vino che fanno è antico ed è lontanissimo da quel gusto omologato dei vini oggi predominante, che alcuni chiamano parkerizzato, gusto facile che permette a chiunque di improvvisarsi intenditore.

Io, bevendo, con la mia poca esperienza, fatico a districarmi fra i profumi e le durezze del vino, i tannini dell'uva, la freschezza estrema, la sapidità, sento anche un poco l'acido acetico, ma il vino, nonostante i tanti difetti, è buono, indimenticabile, sorprendente.

Una delle figlie, laureata in Economia, ci mostra un articolo entusiastico scritto da Franco Ziliani su Winereport sul loro Krasì.

Io le dico che Franco Ziliani, a conoscerlo, non è poi quel genio della degustazione che vuol far credere di essere.

Lei mi guarda male, ho osato toccare un suo mito.

E ci portano in giro con la loro auto per le loro vigne e ce ne mostrano altre, confinanti con le loro, incolte e abbandonate, perché non ci sono più braccianti capaci ed i piccoli proprietari sono stanchi di metterci dentro tanto lavoro ed i pochi soldi della pensione.

Tutto un altro pianeta. Qui non si esporta, non si fanno investimenti, si produce con grande attenzione per un mercato locale, per gente che il vino, a pochi chilometri da Lecce, lo chiama ancora con un nome antico e arcano e mal sopporta il costo aggiuntivo del vetro.

Però che accoglienza, che passione.


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giovedì, 20 dicembre 2007
natale



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lunedì, 17 dicembre 2007
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venerdì, 14 dicembre 2007
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Cento anni fa qualcuno scoprì gli effetti dell'idrossido di magnesio sull'organismo umano e nacque la Magnesia San Pellegrino nella sua classica confezione.

L'altro giorno,  ripensando alla mia infanzia,  a quando cioé i miei genitori mi volevano bene, mi è tornata in mente la magnesia che ogni tanto cercavano di farmi bere, per manifestarmi il loro amore.

Stavo in macchina, pensando a queste cose e passavo davanti ad una farmacia di Monopoli. Mi sono fermato ed ho chiesto alla farmacista se fosse ancora in produzione la magnesia San Pellegrino, vergognandomi un poco e cercando di assumere l'espressione di quello che la deve dare ai suoi bambini.

Lei mi è sembrata davvero contenta. La farmacista, più o meno della mia età, doveva avere anche lei un qualche legame affettivo con il santo della polverina bianca.

Mi dice, un po' rammaricata che è cambiata la confezione, adesso è di plastica

illustration_magnesie_3
 Io l'ho comprata ed ho scoperto  che fa dormire molto bene perché ha anche un effetto rilassante, dipende dai dosaggi.

Adesso per Natale vorrei fare una sorpresa ai miei colleghi, regalandogliene qualche dose confezionata nella stagnola.

A cosa penseranno?

cocaina03

Purtroppo c'è tanta gente che fa uso di un altro tipo di polvere bianca.

Bisognerà pregare un altro santo perché metta a posto le cose.

silvio da arcore

E' così.
C'è chi si fa di zuppe arancioni per rilassarsi, chi si fa di polvere bianca, chi sarà licenziato perché posta col capoufficio dietro la porta.

Ma il mondo è bello perché vario e la vita vale sempre la pena di essere vissuta.

E Natale, Natale, quando arriva, ARRIVA!
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martedì, 11 dicembre 2007
Il vino come metafora.
Attraverso la comprensione del vino e del suo mondo si può scoprire inaspettato un paradigma che spiega il mondo tutto.
Dall'utile esercizio della degustazione alla cieca, cioé quella fatta con il vino versato da bottiglie avvolte nella carta stagnola, si impara a non guardare alla "griffe", ma a cercare le risposte nei soli propri sensi. E nella propria esperienza.
Abbiamo mai badato in vita nostra a respirare il vento in un bosco o in riva al mare, ne abbiamo sentito gli odori? Se lo avessimo fatto, forse ora saremmo in grado di distinguere i sentori di bosso dai sentori di mirto, i  profumi iodati da quelli di frutti rossi.
Abbiamo mai guardato con attenzione le sfumature di un colore?
Ci siamo soffermati su un sapore?
C'è qualcosa in questo che si avvicini alla poesia o a quanto altro di nobile ci possa essere nell'animo umano?
Invece la griffe si sostituisce ai nostri sensi. Ci garantisce per la qualità del nostro gusto, rassicura gli altri in ordine alle nostre possibilità economiche, ci esonera dal dover fare altro.
Ma le mutande di Dolce & Gabbana cosa garantiranno?
E le griffe non sono ormai esse stesse il mondo tutto?
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martedì, 11 dicembre 2007
Due anni fa vi hanno regalato una bottiglia di vino.
Ha una bella etichetta, è di vetro pesante, il vino ha un nome famoso.
Avete deciso di tenerla in mostra, come un soprammobile.
L'avete messa proprio lì, sopra il caminetto.
Finito l'inverno l'avete spostata nella vetrinetta, in piena luce.
Come era bella, sembrava brillare ai raggi del sole. Poi ve ne siete dimenticati per quasi due anni e, sotto le feste, avete deciso di liberarvene, in onore di un invitato che, lui dice, (ma sarà poi vero?) se ne intende di vini.
A voi, che bevete qualche volta lambrusco e novello o prosecco, il vino piace bello fresco e avete messo la bottiglia nel freezer.
Adesso il vostro invitato a tavola, nel vedere il vino quasi congelato che esce lentamente dalla bottiglia, sta cercando di controllare tutti i muscoli del volto per camuffare, nell'inespressività assoluta del viso, una smorfia di grande dolore. E' vero, il vino c'era, l'etichetta era promettente, ma così è diventato imbevibile.
Adesso, tu che sei un intenditore, devi dire per forza che il vino è buono, perché tutti si aspettano che tu lo faccia. Mentre il vino non è più bevibile. Ha perso tutti i profumi, è diventato inespressivo ed amarognolo. Fai finta di bere, mentre tutti, molto orgogliosi per i quarti di nobiltà esibiti in etichetta dal vino, continuano a chiederti che cosa ne pensi. E tu pensi che è stato commesso un vinicidio e sei in compagnia di barbari. Tu che non puoi più bere per le troppe degustazioni fatte e ti commuovi solo quando vedi un Sassicaia nella vetrina di un salumiere ed entresti solo per fare una  gridata perché il vino è vivo ed alla luce ed agli sbalzi termici si rovina, si altera e 130 euro per una bottiglia tenuta in vetrina da un ignorante non li tireresti mai e poi mai fuori dalle tue tasche.
E quando ti viene detto dal padrone di casa "a me il vino piace così", capisci che quello non sarà mai più posto per te.
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giovedì, 06 dicembre 2007
Ho appena visitato il blog di Fiordizucca (lo trovi nei miei links) ed ho appreso una notizia davvero emozionante.

Le Nazioni Unite hanno deciso che il 2008 sarà l'anno internazionale della patata:

2008
International Year of the Potato
hidden treasure

                  
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martedì, 04 dicembre 2007
Sfoglio il depliant "Speciale Natale famiglia" dell'Ipercoop di Bari e alle ultime pagine ci sono, tra le idee regalo, le confezioni di vini.

Mi colpisce una confezione regalo da tre bottiglie a 9 euro e 90 di una casa vinicola di San Severo. Il nome del vino, che si può avere bianco, rosato e rosso, è  Raimondo di Sangro.

Io, francamente, una bottiglia con su scritto Raimondo di Sangro in tavola non la porterei né avrei il coraggio di versarne il contenuto ad amici e parenti.

Il buon Raimondo, principe di San Severo, nato nel 1710 e vissuto fino al 1771 (e gli appassionati di numeri so già cosa stanno facendo nel leggermi), dimorò nel palazzo di Piazza San Domenico Maggiore a Napoli che fu teatro della strage compiuta da Gesualdo da Venosa il 17 ottobre del 1590, cioé in un palazzo dove già si aggiravano i fantasmi di Maria d'Avalos e di Fabrizio Carafa.

L'ala del palazzo dove la coppia fu trucidata e poi esposta sullo scalone, perché il popolino vedesse che l'onta del tradimento era stata lavata, è crollata nell'Ottocento.

Il Principe di San Severo è personaggio controverso. Stregone e alchimista, gran maestro della massoneria e traditore dei massoni, esperto soldato amico del re e carcerato a Gaeta, aveva studiato dai gesuiti da ragazzo ed era certamente un genio, ma certe sue macchine anatomiche e certe leggende che circolano su di lui sono roba da far venire brividi.

Per terminare i lavori  della Cappella Sansevero si indebitò, lasciandoci il mistero dei marmi a velo delle statue che si trovano all'interno.

Pare che oggi il suo fantasma si aggiri dalle parti del suo palazzo al centro di Napoli, insieme a quello di alcuni servi, scomparsi in circostanze misteriose e forse serviti per i suoi esperimenti di anatomia.

In conclusione, io una bottiglia dedicata a lui, magari a Natale, proprio non me la berrei.

Magari sarebbe più opprtuno evocare-invitare il Principe di Sansevero per una seduta alcolico-spiritica fra amici.
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