Certo che è una fortuna avere il Salento a due passi. Ti metti in macchina ed in un'ora e mezzo hai cambiato latitudine.
La sciarpa ed il cappello a Gallipoli, il 24 dicembre, diventano superflui, anche se piove appena.
E i gamberoni rossi dello Jonio, in vendita al mercato ittico, ti confermano quest'idea che hai di trovarti ad una latitudine diversa da quella di casa.
E, al pomeriggio, tornando proprio verso casa, la decisione di fare una sosta veloce a Galatina per comprare i pasticciotti e vedere la Basilica di Santa Caterina d'Alessandria.
Ed una bella sorpresa: la porta della chiesetta di San Paolo delle tarantole è aperta.
Si può entrare liberamente, manca però il dipinto che ritrae il Santo tra serpenti e tarantole.

Ma che impressione! Mi sembra di percepire qualcosa nel silenzio della cappella: voci, movimenti convulsi, una musica frenetica.
Qualcosa che nulla potrà cancellare mai più da queste pietre.
Attraversiamo la piazza mentre, coincidenza incredibile, si leva alto il fumo nero di un'auto che è appena andata a fuoco ad un incrocio.
Eravamo partiti con la sola intenzione di visitare tranquillamente una qualsiasi cantina salentina e ci troviamo ad assistere all'intervento dei pompieri a sirene spiegate.
Ed una sola cantina, dopo tante telefonate, abbiamo trovato aperta la mattina della vigilia: la Casa vinicola di Alessandro Carrozzo di Magliano di Lecce.
Il giovane fa un vino negramaro ed un primitivo che si chiama Krasì che in griko, la lingua della Grecìa salentina, zona dove andavano a vendere il vino sfuso i suoi avi, vuol dire esattamente vino.
Quando arriviamo tutta la famiglia è al lavoro.
Le sorelle ed il padre di Alessandro stanno attaccando le etichette sulle bottiglie con pennello e colla, mentre la madre, con un attrezzo che somiglia ad un phon, sigilla ad una ad una le capsule sui tappi.
Stappano e ci versano il Krasì in due bicchieri spaiati.
Il vino che fanno è antico ed è lontanissimo da quel gusto omologato dei vini oggi predominante, che alcuni chiamano parkerizzato, gusto facile che permette a chiunque di improvvisarsi intenditore.
Io, bevendo, con la mia poca esperienza, fatico a districarmi fra i profumi e le durezze del vino, i tannini dell'uva, la freschezza estrema, la sapidità, sento anche un poco l'acido acetico, ma il vino, nonostante i tanti difetti, è buono, indimenticabile, sorprendente.
Una delle figlie, laureata in Economia, ci mostra un articolo entusiastico scritto da Franco Ziliani su Winereport sul loro Krasì.
Io le dico che Franco Ziliani, a conoscerlo, non è poi quel genio della degustazione che vuol far credere di essere.
Lei mi guarda male, ho osato toccare un suo mito.
E ci portano in giro con la loro auto per le loro vigne e ce ne mostrano altre, confinanti con le loro, incolte e abbandonate, perché non ci sono più braccianti capaci ed i piccoli proprietari sono stanchi di metterci dentro tanto lavoro ed i pochi soldi della pensione.
Tutto un altro pianeta. Qui non si esporta, non si fanno investimenti, si produce con grande attenzione per un mercato locale, per gente che il vino, a pochi chilometri da Lecce, lo chiama ancora con un nome antico e arcano e mal sopporta il costo aggiuntivo del vetro.
Però che accoglienza, che passione.
La sciarpa ed il cappello a Gallipoli, il 24 dicembre, diventano superflui, anche se piove appena.
E i gamberoni rossi dello Jonio, in vendita al mercato ittico, ti confermano quest'idea che hai di trovarti ad una latitudine diversa da quella di casa.
E, al pomeriggio, tornando proprio verso casa, la decisione di fare una sosta veloce a Galatina per comprare i pasticciotti e vedere la Basilica di Santa Caterina d'Alessandria.
Ed una bella sorpresa: la porta della chiesetta di San Paolo delle tarantole è aperta.
Si può entrare liberamente, manca però il dipinto che ritrae il Santo tra serpenti e tarantole.

Ma che impressione! Mi sembra di percepire qualcosa nel silenzio della cappella: voci, movimenti convulsi, una musica frenetica.
Qualcosa che nulla potrà cancellare mai più da queste pietre.
Attraversiamo la piazza mentre, coincidenza incredibile, si leva alto il fumo nero di un'auto che è appena andata a fuoco ad un incrocio.
Eravamo partiti con la sola intenzione di visitare tranquillamente una qualsiasi cantina salentina e ci troviamo ad assistere all'intervento dei pompieri a sirene spiegate.
Ed una sola cantina, dopo tante telefonate, abbiamo trovato aperta la mattina della vigilia: la Casa vinicola di Alessandro Carrozzo di Magliano di Lecce.
Il giovane fa un vino negramaro ed un primitivo che si chiama Krasì che in griko, la lingua della Grecìa salentina, zona dove andavano a vendere il vino sfuso i suoi avi, vuol dire esattamente vino.
Quando arriviamo tutta la famiglia è al lavoro.
Le sorelle ed il padre di Alessandro stanno attaccando le etichette sulle bottiglie con pennello e colla, mentre la madre, con un attrezzo che somiglia ad un phon, sigilla ad una ad una le capsule sui tappi.
Stappano e ci versano il Krasì in due bicchieri spaiati.
Il vino che fanno è antico ed è lontanissimo da quel gusto omologato dei vini oggi predominante, che alcuni chiamano parkerizzato, gusto facile che permette a chiunque di improvvisarsi intenditore.
Io, bevendo, con la mia poca esperienza, fatico a districarmi fra i profumi e le durezze del vino, i tannini dell'uva, la freschezza estrema, la sapidità, sento anche un poco l'acido acetico, ma il vino, nonostante i tanti difetti, è buono, indimenticabile, sorprendente.
Una delle figlie, laureata in Economia, ci mostra un articolo entusiastico scritto da Franco Ziliani su Winereport sul loro Krasì.
Io le dico che Franco Ziliani, a conoscerlo, non è poi quel genio della degustazione che vuol far credere di essere.
Lei mi guarda male, ho osato toccare un suo mito.
E ci portano in giro con la loro auto per le loro vigne e ce ne mostrano altre, confinanti con le loro, incolte e abbandonate, perché non ci sono più braccianti capaci ed i piccoli proprietari sono stanchi di metterci dentro tanto lavoro ed i pochi soldi della pensione.
Tutto un altro pianeta. Qui non si esporta, non si fanno investimenti, si produce con grande attenzione per un mercato locale, per gente che il vino, a pochi chilometri da Lecce, lo chiama ancora con un nome antico e arcano e mal sopporta il costo aggiuntivo del vetro.
Però che accoglienza, che passione.











