domenica, 29 novembre 2009

Ci vorranno millenni di silenzio

per ritornare indietro alla Creazione

per avere un attimo di pace,

per cancellare le inutili parole

di preti e professori e prostitute

che ci hanno seppellito in questi anni,

le false conoscenze, i miti d'oggi.

Ci vorranno anni e anni di silenzio

per riscattare il pallido vessillo,

il gonfalone tenue e irriguardoso

che ora sventola al sole sul balcone.

La lavatrice, col suo ronzio monotono,

già annunciava il sabato.

E i miseri trofei sporchi di merda

d'un'altra vuota e insulsa settimana

saranno il mio arco di trionfo

la mia valigia anonima,

il mio ritorno placido.

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martedì, 24 novembre 2009

Uno dei tanti libri incominciati e mai finiti.

L'ho cercato e l'ho ritrovato un po' ammuffito e con le pagine ingiallite.

Volevo dargli un'occhiata perché ho praticato meditazione zen negli ultimi mesi.

Durante le sedute io ero quello implicitamente incaricato di pensare a dove andare a mangiare la pizza dopo aver meditato.

Così quando le mie meditazioni sono finite, a causa della molteplicità dei ruoli da sostenere, ho dovuto cercarmi altre attività e mi sono iscritto ad un corso di inglese per adulti, che spero si traformi presto in corso per adulteri, considerata l'avvenenza perturbante di una signora che lo frequenta.

Quando intraprendi questi percorsi, riparlo della meditazione, incominci ad avere la sensazione di essere entrato in un'altra dimensione.

Scopri, per esempio, di aver dimenticato in libreria un testo sulla meditazione scritto da monaci cattolici, che non avevi avuto il coraggio di leggere e che ora, alla luce delle tue nuove conoscenze, appare abbastanza valido e straordinariamente rivoluzionario rispetto a quelli che sono i canoni romani.

Divenuto orfano della mia maestra, mentre vagavo disperato alla ricerca di persone con cui meditare, sono stato accolto dal Tai Chi, che è una meditazione in movimento, e, praticando Tai Chi, sono cascato nel waraku, che è invece una disciplina quasi impossibile da seguire e da spiegare.

Il waraku si pratica nel dojo, che è il luogo della via, ed è stato formalizzato da pochi anni da un famoso maestro-sensei giapponese di karate, che desiderava mettere insieme una moderna arte marziale per la pace, utilizzando le conoscenze antiche del kotokama.

C'è un video in internet, che si trova digitando waraku budo, che mostra il maestro giapponese e la sua nuova disciplina.

Stasera devo essere davvero in vena di confidenze perché la faccenda è vera e potrei scoprirmi troppo raccontandola, visto che in tutta la Puglia siamo davvero in pochini a praticare questa arte marziale-meditazione-budo per la pace.

L'attività, che si svolge a piedi scalzi sul tatami, dopo aver recitato preghiere scintoiste, consiste nel cercare di captare l'energia dell'universo, usando delle spade di legno come antenne e compiendo dei complicatissimi movimenti spiraliformi: si tratta cioè di una faccenda semplice e logica, quasi da scomunica.

Io preferivo la comodissima meditazione zazen che si fa stando seduti sullo zafu, solo che non ho più la possibilità di praticarla, avendo scelto una pizzeria sbagliata, ed essendo stato, per questo, licenziato.

E questa è l'ultima volta che tocco l'argomento, si tratta di faccende terribilmente serie, sulle quali è meglio tacere e meditare.

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venerdì, 20 novembre 2009

Dopo

Sai quanta pena resta

al mondo? Un briciolo di pena resta,

inciso su una cellula come il segno di un morso.

E quanti dispiaceri restano? Tre dispiaceri:

l'ultimo, il penultimo e questo.

E una sola promessa resta, s'apre

a tentoni la strada nel veleno, e una sola casa

e una sola pistola e un solo grido d'agonia

che vaga nelle città perse, sulle montagne perse

E così stamattina, provando il terzultimo

dispiacere, provando pena fin nell'ultimo gene,

scricchiolii nell'incedere, bolle nella nitro,

stamattina per qualcuno che nemmeno sono sicuro esista

spargo lacrime. Conto alla rovescia per frazioni

nella cenere. Urlo. Consumo tutto.

After that

Do you now how much pain is left

in the world? One tiny bit of pain is left,

braised on one cell like e toothmark.

And how many sorrows there still are? Three sorrows:

the last, the next to the last and this one.

And there is one promise left, feeling

its way through the poison, and one house

and one gun and one shout of agony

that wanders in the lost cities and the lost mountains,

And so this morning, suffering the third sorrow

from the last, feeling pain in my last gene,

cracks in the struts, bubbles in the nitro,

this morning for someone I'm not even sure exists

I waste tears. I count down my fractions

through the ash. I howl, I use up everything.

from Lies (1969)  C.K. Williams

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lunedì, 16 novembre 2009

Io divido i single in due fondamentali categorie: quelli che lo sono per scelta e quelli che lo diventano per contingenza.

A noi single mancano quei quotidiani gesti di affetto che una famiglia felice normalmente garantisce ai suoi membri.

L'infermiera che mi ha curato quando sono stato malato, una bella, dolce e giovane signora albanese, dopo qualche giorno di iniezioni mi ha chiesto stupita come potessi vivere senza una persona che mi vuole bene, mi ha detto letteralmente: chi si prende cura di te?

Certe volte me lo chiedo pure io.

Ma io in fondo sono un duro.

Quando lavoravo per le nazioni unite lessi in una scheda che mi ritenevano abile a sostenere durissime condizioni di vita.

Poi sono organizzato, faccio tanto cose, ho tanti interessi e inganno la mia solitudine.

Non è che le occasioni mi manchino, solo che sono di gusti molto difficili.

Non spero di trovare un angelo sulla terra, ma almeno una donna che parli la mia stessa lingua, con la quale si riesca a comunicare.

Così, nella mia vita solitaria, le aggressioni, le invidie,  le cattiverie da parte della gente con la quale devo avere a che fare per forza, non trovano adeguata compensazione in gesti di affetto da parte di persone che mi vogliano bene.

La bilancia pende solo da un lato.

Se penso poi che, per procacciarmi questo affetto da parte di una donna, dovrei farmi furbo, come certi miei amici senza scrupoli, mi accontento e spero di incontrare prima o poi qualche altra brava ragazza, come lo erano le poche ragazze con le quali ho condiviso qualche breve periodo della mia vita.

Mi è capitato l'altro giorno di ricevere un gesto d'affetto, semplice, gratuito.

Non ero più abituato ad atti d'amore privi di intersse nei miei confronti e la cosa mi ha fatto pensare.

Una persona con la quale divido l'ambiente di lavoro mi ha guardato in un modo che diceva: ti voglio bene, non condivido il tuo modo di pensare, ma ti capisco, ti comprendo, ti do tutto il mio affetto perché tu, come tutti gli esseri umani, soffri e non sarò io a calpestarti stamattina.

Ha fatto tutto questo con un'occhiata.

Mentre, in un altro posto, una persona mi ha aggredito, mi ha insultato, senza ragione , giusto per puro razzismo.

Questa persona ha scaricato la sua aggressività sul primo che le è capitato a tiro.

Esattamente come fanno quei ragazzi che picchiano i barboni per strada.

Così mi sono messo a cercare parole come amore e carenze affettive nei motori di ricerca.

Ed ho scoperto che tutti noi ne vorremmo di più di amore, ma siamo sempre disposti a darne molto poco.

E cercando amore in internet finisci sempre per cascare nelle grinfie di qualche sito cattolico, che ovviamente dice di non preoccuparti perché lassù c'è Lui che ti ama.

Per quanto mi riguarda ho deciso.

Senza per questo diventare un pervertito, da domani proverò a ripetere quello sguardo paterno che ho ricevuto dal mio collega, tutte le volte che potrò, con tutte le persone che mi capiteranno a tiro.

Cercherò di dirgli che non ti capisco, però ti voglio bene le stesso, trasmettendoglielo col mio pensiero, con una semplice occhiata.

 

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venerdì, 13 novembre 2009

Mi  rendo conto, solo adesso e troppo tardi, di quanto siano importanti lo sfondo, l'ambientazione, la nazionalità del romanzo.

Che la letteratura italiana, con le sue campagne toscane o le solite città, mi fosse venuta a noia, me ne ero accorto da un pezzo.

Altrettanto per le ambientazioni americane: già troppo viste al cinema e in tv per poter lavorare liberamente di fantasia.

Rapida occhiata in libreria per scoprire che di mondo fra i romanzi in vendita ce n'è poco, davvero molto poco.

La cosa più esotica che trovo è "Tokyo station" di Martin Cruz Smith, nei Miti di Mondadori.

Ultimamente il Giappone mi interessa e le 360 pagine sono volate.

Davvero bello andare in giro per una Tokio degli anni quaranta fatta di case di legno che prendono fuoco e si tagliano con una katana.

Davvero niente male.

Così torno in libreria e inciampo, finalmente, nel ricercatissimo "La vita agra" di Bianciardi, che leggerò con calma, quando ne avrò voglia.

Ma ciò che voglio davvero leggere è una storia ambientata in un monastero buddista, possibilmente zen. 

Mi chiedo se sia mai stato scritto un romanzo del genere.

Se ci fosse, avrei certamente bisogno di un superconsulente letterario globale per individuarlo.

E, in libreria, per intervento diretto dell'armonia dell'universo, mi ritrovo tra le mani il  "capolavoro della letteratura giapponese moderna": "Il padiglione d'oro" di Yukio Mishima.

E' la versione romanzata di una storia accaduta nel 1958 a Kioto: un giovane accolito buddista dà fuoco ad un tempio zen del quattrocento.

Proprio la storia che volevo, proprio ciò di cui avevo bisogno.

E poi passerò a Yasunari Kawabata.

 

  

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giovedì, 12 novembre 2009

Ormai non credo più che qualcuno possa salvare il mondo.

Non credo di essere in grado neppure di salvare me stesso.

Non so neppure cosa sia la salvezza.

Se allargo il mio orizzonte, ogni cosa perde significato, il bene ed il male si confondono.

Così oggi è un anniversario.

Non so se passi più da queste parti.

E'un anno che ci penso e me ne rammarico.

Proprio il giorno dell'anniversario, ti mandai una mail con una delle mie battutine sarcastiche che mi sono costate la tua amicizia.

Ma cosa vuoi?

Tanto il mio cuore ha battuto per i deboli e gli indifesi che alla fine sono diventato pure io uno di loro, smarrendo strada e vocazione.

Mentre qualcun'altro ha smarrito la vita.

Ma il mio cuore batte sempre lì, stai tranquillo.

E questo, anche se non serve a nulla, è comunque molto importante.

Que no se apague la llama.

 

 

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martedì, 10 novembre 2009

Devo dar fondo alla mia cantina.

Mi iscrissi al corso per degustatori di vino per cercare l'anima gemella, perché per me un amore non è tale senza due calici di vino rosso.

Anzi nulla è più sensuale del rosso del vino nel calice, sospeso sul suo esile gambo.

Al corso incontrai un'umanità quanto mai varia, ma non trovai la donna dei miei sogni.

Questo blog nacque così  per preparare gli esami e per imparare a trovare le parole per descrivere un vino.

E presto cambiò direzione.

Adesso sto sorseggiando un primitivo di un piccolo produttore locale.

E' un 2002 e non avrei scommesso un centesimo sul fatto che sarebbe stato bevibile.

Invece è pericolosamente buono ed io stasera sono proprio in vena di festeggiamenti.

Cercavo una poesia da mettere nel blog e mi ritrovo dinanzi al portatile in compagnia di bicchiere e bottiglia.

Mai fatto prima, chissà perché stasera.

Così nel paesaggio davanti a me ci sono, da destra verso sinistra, una splendida bottiglia di vino primitivo, poi il mio cristallo preferito, da barolo,  ormai vuoto, il pc, il telefonino, il tappo di sughero a testa in giù, un cuore di pietra azzurra e libri di poesie di Neruda, Kavafis e Ginsberg.

Cercavo infatti delle parole e mi sono smarrito nell'estasi alcolica.

Apro a caso i libri:

Messaggio

Da quando ci siamo cambiati

abbiamo goduto filato

lavorato pianto & pisciato insieme

mi sveglio al mattino

con un sogno negli occhi

ma tu sei andato a New York

ricordandomi Bene

ti amo ti amo

& i tuoi fratelli sono pazzi

accetti la loro vita ubriaca

E' troppo tempo che sono solo

è troppo tempo che sto seduto sul letto

senza nessuno a cui toccare un ginocchio, uomo

o donna non mi importa più quale,

voglio l'amore per il quale son nato

    voglio te qui con me ora

Piroscafi oceanici che ribollono sull'Atlantico

Delicate strutture d'acciaio di grattacieli incompiuti

Poppa del dirigibile che rugge sopra Lakehurst

Sei donne che danzano insieme su un palcoscenico

    rosso nude

Le foglie sono verdi su tutti gli alberi a Parigi ora

Tra due mesi sarò a casa e ti guarderò negli occhi

1958

Allen Ginsberg Jukebox all'idrogeno Oscar Mondandori

Neruda

Il ramo rubato      (La rama robada)

Nella notte entreremo

per rubare

un ramo fiorito

Oltrepasseremo il muro,

nelle tenebre dell'altrui giardino,

due ombre nell'ombra.

L'inverno non è ancora finito

e già il melo appare

trasformato di colpo

in cascata di stelle profumate.

Nella notte entreremo

fino al suo tremante firmamento,

e le tue piccole mani e le mie

ruberanno le stelle.

E furtivamente,

in casa nostra,

nella notte e nell'ombra,

entrerà con i tuoi passi

il silenzioso passo del profumo

e con i piedi stellati

il corpo chiaro della Primavera.

Kavafis

Ritorna

Ritorna spesso e prendimi

ritorna e prendimi o sensazione amata -

se la memoria del corpo si desta

e il vecchio spasimo passa nel sangue,

poi che le labbra e la pelle trasalgono

e ancora le mani sembra che tocchino.

Ritorna spesso e prendimi, la notte

poi che le labbra e la pelle trasalgono.

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venerdì, 06 novembre 2009

Ci sono dei luoghi dove abbiamo vissuto intensamente, anche per pochi istanti, che ci restano impressi nella memoria come fotografie in bianco e nero.

Spesso sono dei semplici angoli di isolato dove abbiamo provato un'emozione più forte delle altre.

Il più delle volte sono i luoghi di una storia d'amore dove, per qualche motivo, il nostro tempo ha smesso di scorrere.

O luoghi dove si è consumata una profonda tragedia interiore.

Io ho il ricordo di un posto bellissimo.

La storia è questa.

Una ragazza leccese, con la quale avevo vissuto una breve ma intensa relazione, dopo anni di silenzio, inaspettatamente mi telefonò a casa per vedermi prima di sposarsi.

Ho impiegato anni per conmprendere la delicatezza giapponese di quel suo desiderio.

Lei aveva due lauree, due lauree molto dolci: una in Poesia e l'altra in Amore.

Così mi chiamò, era un bel giorno di primavera e viaggiai verso il Salento e lei mi portò a visitare dei posti stupendi che non avevo mai visto prima.

In realtà il nostro era stato un'amore impossibile.

Era molto intelligente e sofferta, libera e indipendente, l'aveva amata un poeta ed io non ero proprio all'altezza della situazione, dicevo solo banalità, ma lei mi voleva bene lo stesso, per qualche motivo che mi è ancora oscuro.

Mi volle mostrare i suoi luoghi.

Incominciammo la giornata con una passeggiata a Gallipoli, poi andammo a Porto Selvaggio e a Santa Maria al Bagno.

A quell'epoca portavo spesso con me la reflex e, proprio a Porto Selvaggio le scattai delle foto, le ultime.

A Porto Selvaggio non ci sono più tornato.

Quel posto è rimasto nella mia memoria come una specie di luogo sacro, lì portammo a compimento la passeggiata del commiato, lì abbandonammo un'amore che non si era mai spento.

L'altro giorno mi hanno proposto una gita a Porto Selvaggio.

Ho letto il programma dell'escursione ed ho scoperto che hanno dedicato una parte del parco naturale a Renata Fonte.

La storia di questa maestra elementare è esemplare in questi tempi in cui i politici fanno parlare di sé solo per i propri vizi e per le proprie ambizioni.

Da assessore alla cultura del comune di Nardò la donna volle tutelare il parco naturale dalla speculazione edilizia e ci riuscì pagando con la sua vita.

Gli esecutori del delitto furono presi e condannati, ma non si scoprirono i mandanti.

Grazie al suo sacrificio il parco ricevette attenzione e tutela ed è oggi uno dei posti più belli che abbiamo in Puglia.

Questa è un'immagine di Porto Selvaggio

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Questa è invece un'immagine di Renata Fonte

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E questo è il film che realizzarono

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io lo vidi.

Era recitato in dialetto napoletano, forse perché nel 1987 qualcuno credette che al Sud parlassimo tutti in  quel modo.

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domenica, 01 novembre 2009
Alda_Merini
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giovedì, 29 ottobre 2009

Oggi ho fatto il mio solito giro in libreria.

Ho visto un libro di un giovane scrittore italiano, un architetto nato nel 1966, di cui non ricordo il nome.

Sant'Antonio D'Orrico, come lo chiama Gaetano Cappelli, ha recensito questo scrittore dicendo che è bravo e bravo.

Ovviamente il giudizio è stampato in copertina, nel tentativo di incrementare le vendite.

Il libro narra di quattro ragazze in viaggio ed è ambientato negli anni ottanta, che poi eccetera eccetera.

Mi ha fatto pensare subito a Parenti Lontani, gustosissimo romanzo di formazione che a suo tempo ho sbranato e prontamente presentato ad un'amica professoressa, ignara dell'esistenza del potentino, a caccia di scrittori da invitare nella sua scuola, sita in città prossima alla Lucania.

Io intanto mi aggiro più che altro tra gli scaffali che ospitano trattati sull'armonia dell'universo.

Sto parlando di storie che si stanno avventando su di me con la stessa forza di una tempesta ormonale nella prima adolescenza.

Infatti in questo periodo mi sembra di non essere più l'artefice della mia vita, ma di essere come risucchiato in un piacevole vortice di nuove consapevolezze.

E continuo ad incontrare persone straordinarie, come se già fosse tutto scritto altrove.

E cerco collegamenti, digito paroline nel motore di ricerca e mi ritrovo a leggere di autori come Kerouac e Gary Snyder.  

E ritrovo amici che continuano imperterriti a mirare ad una stella, pur essendo passati, negli anni, attraverso errori e sbandate come la droga e la prigione. 

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