mercoledì, 14 maggio 2008
Incravattato come un tirapiedi
estinguo il conto
ti scaravento avvolta
contro il Volto Santo
il solito passaggio sconveniente
il niente a volte
estingue un altro niente
tu taci e dammi ancora baci
che son febbricitante e vago
tra linee d'orizzonte parallele
continuando a cercarti inutilmente.
 
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sabato, 10 maggio 2008

Sebbene per tutto il giorno non avessi concluso nulla, provai ugualmente, a fine giornata, un profondo senso di soddisfazione.

Scendendo a valle attraverso il bosco, guardai il cielo ancora caldo e luminoso e mi sentii leggero.

Guidavo l'auto lentamente, come in sospensione eterea fra cielo e asfalto.

Era come se avessi improvvisamente afferrato il senso della vita per un lembo e riuscissi finalmente a trattenerlo tra le mie mani, nella calma assoluta.

Nell'azzurro luminoso del cielo, nel verde degli alberi, nella cima innevata delle montagne, nelle nuvolette bianche mi sembrò di aver trovato per qualche attimo la risposta a tutto.

Scendendo a valle, quando il bosco lasciò il passo alle distese di grano duro ai piedi dell'Appennino, il mio viso si accartocciò all'improvviso in una smorfia di dolore.

Due gocce di pioggia si depositarono sui miei occhi, sentii quel sottile lembo sfuggirmi dalle mani e tutto fu di nuovo avvolto nell'ombra.

postato da: jesoi alle ore 10:41 | Permalink | commenti (8)
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lunedì, 05 maggio 2008
Quando la suora finì di dettare la traccia, accanto alla scrittura con l'inchiostro blu, mi apparve un grosso punto interrogativo.

Dovevamo parlare del giorno più bello della nostra vita ed io, per quanto scavassi nella memoria, non riuscivo proprio a trovarne uno.

A casa, per motivi straordinari, nei quali erano direttamente coinvolti santi e madonne, motivi che avrei compreso nella loro pienezza soltanto in età adulta, non si rideva mai. La mia vita si svolgeva monotona, senza feste e senza cerimonie, senza amici e senza parenti.

Io rileggevo la traccia e non mi ricordavo un giorno bello che fosse uno. Quella mattina non sapevo proprio cosa scrivere.

Solo trent'anni dopo, una conferenza di Salvatore Natoli mi avrebbe chiarito le idee sul concetto di felicità.

La felicità si comprende sempre dopo,  non nel momento in cui la si vive, ma solo  dopo, ripensandoci, quando non c'è più.

Quel lontano giorno dalle suore la felicità era un concetto che mi sfuggiva, come il mercurio da un termometro andato in frantumi.

Non avevo proprio idea di cosa fosse una giornata felice, non sapevo proprio cosa scrivere.

Mi inventai una gita, una scampagnata in allegria con la famiglia e scrissi.

La suora, il giorno dopo, era feroce.

Ci disse che soltanto uno di noi aveva svolto correttamente il compito, uno che di solito non scriveva neanche tanto bene, e ci spiegò che il giorno più bello della nostra vita, quello da incorniciare, era il giorno dell'incontro con Gesù: il giorno della prima comunione.

Io non me ne ero accorto. Mi  ricordo però, nell'estate della mia prima comunione, i Mondiali del Messico e che l'Italia perse 4 a 1 contro il Brasile di Pelé. E dire che giocavano Riva, Mazzola, Facchetti.  Ed il regalo, una macchina fotografica Polaroid.



L'altro giorno l'ho incontrata dopo tanti anni. Mentre parlavo col marito, i nostri sguardi, le nostre mani si sfioravano, si cercavano.

Risentivo di nuovo il suo odore, riprovavo i brividi che mi dava la sua voce e la stessa attrazione, il suo sapore, sentivo scorrere nel sangue lo stesso antico desiderio di perdermi dentro di lei, di morire dentro di lei.

E' proprio vero che il primo amore non si scorda mai.

Ricordo un pomeriggio, una fuga dall'Università, un lungo viaggio in autostop e l'autostrada è un muro, pieno di felicità, fino a casa sua.

Il citofono, l'ascensore, la porta e, finalmente, lei, i lunghi capelli bagnati e l'accappattoio che si slacciò, lasciando scoperto il suo seno meraviglioso ed il suo corpo nudo.

Ecco, a ripensarci, forse, quel pomeriggio lontano deve essere stato il giorno più bello della mia vita.

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mercoledì, 30 aprile 2008
Ti amai - anche se forse
ancora non è spento
del tutto l'amore

Ma se per te non è più tormento
voglio che nulla ti addolori

Senza speranza, geloso,
ti ho amata nel silenzio e soffrivo,
teneramente ti ho amata
come Dio voglia - un altro possa amarti

Aleksandr Puskin
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martedì, 29 aprile 2008
Il fatto è che, poi, non c'è nessuno che ascolti o legga le mie libere opinioni.

Così, dopo aver visto i sindacalisti in cachemere al potere, fortunatamente rinviati a sfoggiare i golfini fuori dai cancelli delle fabbriche, adesso c'è un revival di destra, con tanto di inni al Duce per acclamare gli eletti.

Siamo passati al polo opposto.

Sono nato in era democristiana, cioé al centro e, nel 1981, studiai per un esame un libro di Giovanni Sartori "Partiti e sistemi di partito", grazie al prof. Paolo Ungari, che spiegava bene come il centro, in politica, non esista e sia una mera unione artificiale dei lembi estremi della destra e della sinistra, destinata a non durare.

Ho assistito, negli ultimi quindici anni, all'evoluzione del sistema italiano, che è avvenuta come prevedeva Sartori nella sua Università americana.

Dalle grandi coalizioni di centro siamo passati al bipolarismo, per assistere ora alla formazione delle attuali quattro o cinque pseudo - neo - democrazie - cristiane - percepite e presenti in Parlamento (l'Italia è sempre il Paese del Papa e della maggior parte dei Santi) e alla scomparsa dei piccoli ed essenziali partiti di opinione, tra cui il Partito Repubblicano dello stesso professor Ungari il quale riposa, dal 6.9.99, nel Cimitero degli inglesi di Roma.

Ma c'è qualcosa che non va stamattina, che mi lascia un senso di amaro in bocca se, per acclamare un sindaco di Roma, si devono riaprire pagine di storia che meritano altro tipo di rivisitazioni e celebrazioni.

E quasi quasi ho paura pure a scriverlo e a ricordarlo.

Ripenso a quando avevo sedici anni e dei ragazzi neofascisti stavano per picchiarmi, senza motivo, senza una ragione, proprio sul Corso dove avantieri passeggiavo tranquillamente.

Ma, di questi tempi, il vero limite alla libertà di opinione è che gridiamo tutti insieme, nessuno ci ascolta e nessuno ascoltiamo.

Io per primo.
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lunedì, 28 aprile 2008
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La vita di paese mi sta, lentamente e inesorabilmente, soffocando.

Passeggiando per il Corso chiuso al traffico, durante la mia serale ora d'aria, in compagnia di altri sfaccendati vari, vedo, affisso alle vetrine di un negozio di abbigliamento femminile, un foglio formato A4, in orizzontale, con su stampato "Si cerca cuoco, anche prima esperienza".

Rido, pensando alla prima esperienza del cuoco ed a come e con chi la dovrà affrontare.

Traduco il pensiero in una battuta di spirito maliziosa che contagia la risata ai miei compagni occasionali di passeggiata.

Io, intanto, nel vedere la bocca sdentata dell'ormai anziano amico professore che si sta sganasciando di gusto, penso alla povera Alda Merini, quando, ancora considerata più una mezza matta che una vera poetessa, poteva ancora scendere sotto casa sua ai Navigli, a godersi il fresco nelle sere d'estate, in compagnia di barboni ed immigrati di colore.

Così almeno narra la mitologia ufficiale della poetessa.

Ai miei compagni di passeggio, a seguire, propongo la fondazione di un circolo filosofico come argomento di discussione.

L'amico professore sdentato e spelacchiato, docente di fisica e appassionato di astronomia, prende al volo la palla per narrare, per l'ennesima volta, di come lui stia cercando, da una vita, di istituire un circolo astronomico cittadino, che sarebbe un faro per l'intera comunità e di come le autorità comunali, inette, non lo aiutino a realizzare questo suo intento.

Cosa c'entra tutto questo con Cosimo Argentina ed il suo ultimo romanzo, pubblicato da Manni?

Nulla.

Ieri, Mario Desiati e Repubblica gli hanno dedicato l'apertura in prima pagina ed un paginone con titolo a caratteri cubitali nell'edizione barese di Repubblica.

Fa piacere ricordare che io e Mimmo, tanto tempo fa, ci siamo incrociati,  in una scuola dalle parti di Milano, per un intero anno scolastico.

E lui amava raccontare di quella volta che andò a fare visita ad Alda Merini e si trovò a dover fronteggiare la poetessa molto  indispettita nel sentire che lui era proprio di Taranto, la dannata città, patria di quel marito traditore che aveva osato rinchiuderla in manicomio.




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giovedì, 24 aprile 2008
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Quando ero un bambino giocavo con le automobiline.

Ne avevo tante e gli altri bambini me le invidiavano.

Diventai grande ed imparai presto a guidare le automobili vere, che mi sono sempre piaciute.

Ora mi piace guardare anche quegli enormi veicoli che vengono chiamati SUV.

Ma la mia intelligenza, la mia coscienza mi dicono che tutto ciò che accade sulla Terra produce una infinità di conseguenze, fra tutto ciò che accade sulla Terra vi sono infinite relazioni.

Anche i gas prodotti dal lombrico, durante la sua digestione, salgono al cielo e contribuiscono all'effetto serra.

La globalizzazione ha infinite sfaccettature.

Mentre faccio rifornimento di gasolio, c'è un bambino iracheno che non arriva a fine mese; mentre allaccio le mie scarpe da ginnastica, c'è un operaio birmano che lavora da schiavo in una fabbrica thailandese.

Per questo, da qualche giorno, mentre l'aumento del prezzo del gasolio sembra inarrestabile, vedendo quelle enormi e bellissime macchine che si chiamano SUV,  ho incominciato a pensare che dentro ci sono solo degli enormi e bellissimi cafoni.
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martedì, 22 aprile 2008
Il principio di assoluta  incompetenza, detto anche "la legge di Peter".

Consiste nel voler fare, nel riuscire a fare,  nel dire di saper fare ciò per cui non si è assolutamente tagliati.

L'importante è arrivare.

Rarissime sono le persone che non perseguano fini al di sopra delle loro reali possibilità.

Io ho incontrato finora poche persone che sappiano fare, con un massimo di competenza, delle cose semplici ed umili, senza grandi profitti, come insegnare a dei bambini o scrivere un blog.

Fare il Ministro della Repubblica, per esempio.

Tanti adesso lo vorrebbero diventare.

Si può dire sempre che c'è dietro la volontà popolare, per nascondere la propria assoluta incompetenza nella materia che si andrà ad amministrare per conto di sessanta milioni di esseri.

Anche l''idraulico, l'elettricista, il muratore, il professore, il salumiere: in vita mia ho incontrato davvero pochissime persone in grado di fare appena bene ciò per cui erano pagate.

E' per questo che non vado da uno psicoterapeuta o da uno psicanalista.

Mi piacerebbe tanto farlo, ma non mi fido.

Ho paura che mi spillino soltanto quattrini.

Allora faccio da me e mi sembra di aver capito che la nostra vita è una rimozione continua di ciò che ci ha ferito: preferiamo dimenticare le offese, quelle vere, quelle profonde e deragliare senza rendercene conto.

La terapia psicanalitica dovrebbe far riaffiorare episodi che noi abbiamo rimosso, dovrebbe farci riconciliare con noi stessi, rimuovere gli effetti diversi e lontani di una causa remota e oscura, dimenticata.

Certe volte, in certi momenti della mia vita, senza bisogno di Freud, tutto mi appare comunque chiaro.

Intendiamoci, sono una persona stimata e normalissima, ma sono abituato a scavarmi dentro e, nello stesso tempo, a cercare di migliorarmi.

Quando tutto mi appare chiaro, rivedo le violenze che ho subito e, vedo che, mentre le subivo, perdonavo.

Accetto quella che è la mia vita, che è andata fuori dai binari che le avrei voluto dare, con cristiana rassegnazione, come un dono del Signore, come se fosse la strada per la santità.

Ma non mi diverto ed invidio chi sta meglio.

Violenze che, spesso, per quell'attitudine a porgere l'altra guancia ed a perdonare che abbiamo noi che abbiamo visto Geova, finiscono nel dimenticatoio.

Quando ho trovato l'auto nuova rigata, il primo impulso che ho avuto è stato quello di rigare io stesso l'altra fiancata, di continuare nell'opera deleteria che un altro aveva incominciato contro di me, di farmi del male da solo.

Ci sono uomini e popoli interi che subiscono violenze tutti i giorni e di tutti di tipi e continuano poi a farsi del male, diventando delle persone, diciamo così, poco stimate.

Ci sono persone così intrise, così imbevute nella violenza, sin dall'infanzia, che per loro non sembra esserci più speranza.

Però, questa catena, si può spezzare.

Si deve spezzare, non so se con l'amore o con il silenzio e la solitudine oppure con altra violenza.

Ma reagire alla violenza con altra violenza sarebbe fascismo, potrebbe obiettare qualcuno.

Ieri ho avuto un attimo in cui tutto mi è apparso chiaro ed è per questo che oggi sono molto triste.
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lunedì, 21 aprile 2008
Io lo so a cosa stai pensando.

Quando sei a tavola, le donne credono che,  guardandoti mentre mangi, possano capire come ti comporti quando fai l'amore.

E lo vedo che mi sorvegli da un pezzo. Anche se siamo lontani, ai due capi di questa tavolata di persone che non si conoscono e si ritrovano insieme solo per la comune passione per il vino.

Siamo partiti in gita per visitare una cantina del tarantino e, adesso, eccoci seduti in un ristorante, arredato in stupefacente stile pompeiano.

E si ironizzava nel pullman, ci si chiedeva se si trattasse di stile pompeiano di prima o di dopo l'eruzione.

Ed io sto al gioco, fra queste pareti rosse, decorate con ceramiche locali e scene erotiche.

Anche se non ho mai capito cosa leggano le donne nell'osservare un uomo mentre  maneggia la forchetta.

Infilo lentamente il coltello in quello che sembrava essere il carapace di un gamberone, sminuzzo dolcemente enormi e calorici ravioloni speck e carciofi con panna e noci, separo la rucola dall'arrosto e mangio tutto delicatamente, come se avessi tutto il tempo del mondo per soddisfare la mia fame ed i miei sensi.

Vedo che sorridi, ogni tanto. 

Disegnando ampie parabole con lo sguardo, cerco di far  passare i miei occhi dalle tue parti ed è evidente che mi stai osservando, che ti intriga il mio modo di mangiare.

Ci sto mettendo la massima dolcezza nel farlo, per ogni cosa che devo portare alla bocca, calcolo le calorie.

Mastico tutto lentamente, come ad esorcizzare il potenziale calorico di ogni piatto.

Io non capisco cosa tu possa interpretare nella mia lentezza, nel mio mangiare morbido e riflessivo, nel mio assaporare e gustare, ma ti vedo compiaciuta, coinvolta.

Non mi ingozzo più velocemente, senza respirare, come facevo un tempo, credendo che alle donne piacessero gli amanti irruenti.

Adesso vado lentamente: ti assaporerò con intensità e senza fretta.

Sorseggio appena il vino rosso, sollevando il calice verso di te, come in un brindisi.

E' arrivato il dolce. E' una fetta di torta fatta con panna e fragole.

Cerco ancora i tuoi occhi e li trovo sempre puntati su di me, tutti e due fingiamo che ciò accada casualmente, rivolgendo subito altrove gli sguardi.

Tu fai una domanda alla signora cicciona seduta due posti più in là, sul lato del tavolo, alla tua sinistra.

Io affondo la forchettina nei riccioli di panna, rigirandola piano.

Mi dice l'amica seduta accanto, toccandomi il piede con il suo, che è panna vegetale, che non è buona.

Io non faccio differenze, è dolce, mi piacciono i dolci, tanto mi basta, accelero.

Mangio il triangolo di torta sempre più velocemente, come se mi stessero togliendo il piatto di sotto, a testa bassa.

Divoro le fragole e tutto.

Quando ho finito, c' è ancora un poco di panna al centro del piatto.

Vedo che mi guardi.

Avvicino il piatto alla bocca tenendolo fra le due mani, tiro fuori la lingua e incomincio a leccare la panna.

Poso il piatto e, adesso, mi stai fissando senza più alcun ritegno.

Sembri scioccata.

Hai i capelli come se avessi appena messo le dita nella presa, hai gli occhi fuori dalle orbite, lo sguardo stupefatto.

Chissà a cosa hai  pensato, mentre la mia lingua leccava il fondo del piatto.


Nei pressi di Taranto, anche fra le vigne in campagna,  i  pescatori vendono le cozze nere, andando in giro con i loro tre ruote Ape Piaggio e fermandosi agli angoli delle strade.

Ho parlato con uno che vendeva le cozze all'Agip  sulla tangenziale.

Era un confratello del Carmine, ha fatto per tanti anni la processione del Venerdì Santo, fino a che un bambino, infilando un dito nel foro del cappuccio, gli ha cecato un occhio e lui non ne ha voluto più sapere.

Ci siamo salutati stringendoci, calorosamente, le mani.
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venerdì, 18 aprile 2008
Da quando faccio il mio diario alimentare, ogni volta che sono a tavola con amici e parenti, non dico che sono a dieta, perché temo che qualcuno possa attaccare il mio equilibrio.

Ma mi guardo intorno e, quasi tutti quelli che vedo, uomini e donne, hanno rotoli di ciccia.

Quelli che sono sempre stati i miei problemi, sembrano essere diventati ora i problemi dell'umanità tutta.

Io, finalmente, ho trovato la mia ricetta per dimagrire, da solo e dopo anni di tentativi.

Siccome funziona, la voglio divulgare.

1) Trovare un sito in internet per calcolare il proprio fabbisogno calorico;

2) preparare un quaderno sul quale annotare ogni sera quello che si è mangiato durante il giorno;

3) trovare un sito dove si calcolano le calorie degli alimenti e calcolare per ogni cosa le calorie, moltiplicando per i grammi e facendo la somma alla fine della giornata;

4) cercare di stare sempre al di sotto del quantitativo di calorie necessarie per il metabolismo basale e per l'attività quotidiana, come risultano dal calcolatore che avrete trovato;

5) ricordarsi che più si mangia, più si ingrassa, più si ha bisogno di energia per trascinare il peso, più si ha fame.
 Più si dimagrisce, meno si ha fame;

6) all'inizio del percorso non mi sono privato delle cose gratificanti ma ho solo ridotto i quantitativi e fatto bene i conti. Mi sono spaventato scoprendo come, alcune piccole cose, sviluppassero da sole centinaia di calorie. Adesso sto passando, spontaneamente, ad alimenti meno calorici.

In questo modo ho perso, in un mese, 3 chili senza nessuna fatica.

Ho solo paura del prossimo invito a pranzo e della prossima cattiveria gratuita (che in un paese del Sud può giungere anche da persone che si ritengono colte e raffinate)

Non serve andare dallo psicanalista a ricercare la cattiveria primigenia che determinò l'inizio dell'obesità.

E' importante, invece, evitare il più possibile ogni tipo di persona molesta, cioé quasi ogni essere vivente.

Il che equivale a mettersi sotto una campana di vetro: come i santi.

postato da: jesoi alle ore 11:58 | Permalink | commenti (7)
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